Sight & Sound best documentaries – una prospettiva giapponese

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Lo scorso settembre la rivista britannica Sight and Sound ha pubblicato il risultato di una votazione, anzi due, una fra critici e studiosi di cinema e l’altra fra registi, per determinare i migliori documentari di ogni tempo. Al di là di tutte le critiche che possono essere rivolte ad iniziative di questo genere, la votazione dei critici è stata interessante perchè ha dato un certo risalto (non molto in realtà) alla produzione documentaristica/non fiction estremo orientale con il primo lavoro, West of the Tracks (2002) del cinese Wang Bing, al 17simo posto e The Emperor’s Naked Army Marches On (1987) del giapponese Hara Kazuo al 23esimo.

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Sfogliando la bella rivista però è possibile imbattersi in molte opere provenienti dall’arcipelago nipponico, citate nelle loro 10 best list da molti studiosi e critici e la qual cosa non può che far bene. Al di là del valore e della riuscita di un film come The Emperor’s Naked Army Marches On, personalmente di Hara preferisco Extreme Private Eros: Love Song 1974, va notato però che si tratta di uno dei documentari giapponesi più visti e proiettati all’estero (anche grazie alle parole sul film espresse da Michael Moore) e che di quasi tutte le opere del regista nipponico esistono anche i DVD con sottotitoli in inglese. Questo non vuole sminuire un’opera così importante e riuscita certo, ma va gettato uno sguardo un po’ più ampio su questi risultati.
Per esempio, dei film di Ogawa Shinsuke, meglio chiamarli della Ogawa Pro, non esistono DVD per il mercato internazionale ed in giapponese c’è solo Summer in Narita (1968) e questo perchè Ogawa ed il suo collettivo hanno lasciato un buco di milioni e milioni di yen che preclude per ora operazioni di restauro e transfer in DVD. Anche di uno dei padri fondatori del documentario giapponese come Kamei Fumio, attivo sia prima che dopo la Seconda Guerra Mondiale, non esistono DVD per il mercato internazionale mentre va detto che i suoi film sono stati proiettati in alcune manifestazioni. Il collettivo NDU e Nunokawa Tetsurō poi sono un oggetto oscuro anche in patria, ma la loro produzione e traiettoria artistica e tanto importante quanto gli altri nomi citati prima più sopra. Insomma la disponibilità e l’esposizione di documentari giapponesi degli anni passati rimane davvero minima se confrontata con la cinematografia “classica” dell’arcipelago (Mizoguchi, Kurosawa, Ōshima, Yoshida, Kitano, ecc.).
Detto questo, fa indubbiamente piacere vedere citati tanti di questi autori (Ogawa, Tsuchimoto, Hara, Kamei) in alcune liste individuali stilate dagli studiosi e dai critici, che sia un buon auspicio per un futuro in cui il documentario giapponese e quello estremo orientale in generale, possano essere studiati ma soprattutto conosciuti e visti in maniera più estesa di quanto non succeda oggi.

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